lunedì, 29 settembre 2008
 

L' interessante articolo che propongo- qui sotto- alla lettura fa giustizia di alcuni aspetti che per motivi ideologici ed opportunistici molti osservatori, o presunti tali, europei e non fanno finta di non vedere o di dare una lettura parziale di quello che sta succedendo nella società israeliana e, a livello generale, come vivono il presente in prospettiva del futuro, le nostre società, censurando parole come vita, morte, felicità. Se c'è ad esempio un paese che più di tutti vuole la pace in Medioriente, questo è indiscutibilmente Israele con buona pace di quei "pacifinti" tiepidi se non conniventi con chi vorrebbe distruggere e cancellare dalla faccia della terra il popolo ebraico.

Altra questione, che piaccia o no, Israele come bene è descritto da questo articolo, paradossalmente ci è d'esempio sulla positività della vita a tutto campo. E un altro grande testimone, Papa Ratzinger, citato nell'articolo, richiama continuamente "il risveglio della ragione" difronte alla realtà che non è fatta di effimere immagini o costruzioni ideologiche che opprimono alla fine il desiderio stesso dell'uomo alla felicità. Ringraziando Dio abbiamo esempi che sfidano quelli che vorrebbero ingabbiare le coscienze dentro un potere che propugna finte libertà e felicità individuali astratte, allontanando dallo scopo di una sempre più indispensabile responsabilità personale e sociale per il bene di tutti. Comunque su tutto questo se ne può tranquillamente discutere. (Politicus)

Sembra un paradosso: Israele è la nazione più felice della terra. Un popolo minacciato nella sua stessa esistenza, costretto a vivere in una condizione di guerra permanente, riesce a mantenere un invidiabile grado di serenità. Lo dicono una serie di parametri statistici riportati da Spengler editorialista di punta di Asia Times. Confrontando il tasso di fertilità e quello dei suicidi Israele è in cima alla classifica dei paesi amanti della vita davanti a ben 35 nazioni industrializzate. È uno degli stati più ricchi, liberi e istruiti del mondo: con molte ore dedicate alla religione e primeggiando nelle discipline scientifiche. E la durata media della vita è più alta che in Germania e Olanda. Un quadro sorprendente se si considera che gli israeliani sono circondati da vicini pronti a uccidersi pur di distruggerli.

 
Una condizione che non può essere attribuita alle esperienze storiche. Nessun popolo ha sofferto più degli ebrei e avrebbe giustificazione migliore per lamentarsi. Chi crede nell’elezione divina di Israele vede in tutto ciò una speciale grazia di Dio. Secondo Spengler gli ebrei incarnano “l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Certamente il caso di Israele ci interroga. Rappresenta qualcosa di unico davanti a società europee invecchiate, e non solo in senso demografico. Società dove sono stati “resi eretici l’amore e il buonumore”, come disse nel 1974 l’allora professor Joseph Ratzinger. Nella stessa occasione il futuro Benedetto XVI si chiedeva “se la vita sia un dono sensato che si può fiduciosamente continuare a dare, anche se non richiesti, o se essa non sia veramente un peso insopportabile tanto che sarebbe meglio non essere nati”. E concludeva che “il primo compito che è importante oggi per l’uomo consapevole della propria responsabilità deve essere quello di risvegliare la ragione assopita”.

 
Interpretare la felicità di Israele come un dato sociologico sarebbe assai limitativo. In realtà è una provocazione che riguarda tutti. Ha a che fare col senso e la prospettiva che diamo alle nostre azioni e passioni. A patto di non aver già liquidato il problema della felicità come una questione da illusi sognatori. Non è un caso che i padri della costituzione americana, più di due secoli fa, abbiano inserito fra i principi fondamentali della nazione che stava sorgendo il diritto alla ricerca della felicità. Evidentemente si tratta di un punto che fa la differenza non solo per la vita dei singoli, ma per l’intera società. Tale ricerca deve partire da una positività riconosciuta, o almeno intuita, nella realtà in cui si vive. Questo richiede la capacità di saper guardare al di là delle apparenze, cosa che nell'immediato può anche comportare un sacrificio dentro però una prospettiva in cui si costruisce e si realizza la persona. E oggi, soprattutto ai giovani, non fa tanto paura il sacrificio, ma piuttosto il fatto che questo possa non avere un senso. Tutto ciò non è né automatico né scontato, ma frutto di un'educazione in grado di appassionare alla conoscenza della realtà partendo da fatti che muovano interesse e affettività. Fatti, non opinioni. Quindi occorre solo una grande lealtà. L'uomo per sua natura cerca qualcosa o qualcuno a cui appigliarsi e che prenda sul serio la sua esigenza costitutiva di felicità. Non c'è alcuna marcia inarrestabile verso il progresso a cui affidare le nostre speranze come, con una buona dose di dogmatismo ideologico, qualcuno ogni tanto vorrebbe farci credere. In questo senso la recente bufera finanziaria ancor prima che per il tracollo economico è motivo di smarrimento perché ormai concepiamo la ricchezza come unica certezza possibile mentre essa da sola oggettivamente non può dare senso e sostanza all’esistenza. Oggi è il momento di un amaro risveglio, ma può essere anche l'occasione per un ritorno a un sano realismo.

 Graziano Tarantini

(L'Arena 28 settembre 2008)

Fonte: www.ilsussidiario.net

postato da: Politicus alle ore 09:33 | Permalink | commenti (7)
Commenti
#1   29 Settembre 2008 - 19:19
 
Che notizia bella e commovente, caro Politicus; un Paese amico come Israele, giovane e lieto - pur nelle difficoltà - come esempio per la vecchia Europa agonizzante e smemorata. Il Popolo che Dio si è scelto tra i popoli. Ricordo sempre la profezia di San Paolo, che Ebrei e Cristiani abiteranno nella stessa tenda. Come gli Ebrei sono stati crocifissi nell'olocausto, così stanno risorgendo alla vita. Una grande Icona per noi dai nostri "fratelli maggiori"! Ti rubo il post, perchè lo voglio pubblicare anche io; è una ventata di speranza. Grazie, un affettuoso abbraccio! Rita
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#2   29 Settembre 2008 - 23:46
 
Grazie a te Rita amica mia Rapyna per quello che hai detto arricchendo di più il mio post. Ti posso assicurare che i miei amici ebrei sono riconoscenti di questa amicizia e questa stima affettuosa. L'articolo di Tarantini lo hanno postato anche gli amici di LiberaliperIsraele. Ricambio l'abbraccio. Ciao Rita
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#3   30 Settembre 2008 - 22:25
 
Interessante articolo, caro Poiticus, come sempre qui da te.
Israele è un patrimonio che noi dobbiamo difendere perchè "ci serve". Ci serve un paese democratico in quella parte del mondo. Ci serve dimostrare che la democrazia è più forte di ogni autocrazia e che essa può ben convivere con una forte identità religiosa.
Il mio è un discorso di real politik che non fa riferimento all'Italia o all'Europa, per cui non auspico un maggiore intervento della religione nella vita pubblica. Mi riferisco invece a quei paesi di quell'area martoriata dove il fondamentalismo continua a minacciare la pace e la convivenza.
Ci conviene davvero difendere Israele..
Saluti
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#4   01 Ottobre 2008 - 10:19
 
Grazie PierPaolo, infatti non aggiungo nient'altro a quello che hai detto se non ribadendo che Israele ha infiniti interessi alla pace e che allo stesso tempo sarebbero "paradossalmente" interessi anche dei palestinesi. In seguito credo di tornare sull'argomento anche perchè il conflitto verte quasi del tutto sulla Striscia di Gaza mentre in Cisgiordania, come mi ha detto un amico appena tornato da Israele, la situazione è più tranquilla. Ci sono documenti ad esempio degli scambi commerciali tra israeliani e palestinesi, appunto di Cisgiordania, come dire si vive e si lavora pacificamente. Certo visti certi precedenti che da un giorno all'altro possono scoppiare "disordini", l'allerta c'è anche qui. Il problema cone hai detto bene è quello del fondamentalismo. Ciao con amicizia a presto
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#5   01 Ottobre 2008 - 22:40
 
Scusa PierPaolo ma rileggendo mio commento ho inavvertritamente "omesso" per la fretta di dire che già 10 anni fa quando sono stato in Israele e Palestina, a Gerico ho avuto modo di vedere questi rapporti positivi, raccontatimi allora, da operatori turistici cristiani e arabo-israeliani.Ciao
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#6   08 Ottobre 2008 - 11:08
 
Avevi replicato a un mio commento su questo bislacco articolo di Tarantini su graziella.myblog.it. Ti ho risposto ma non vedo repliche: sarei curioso si leggere le tue opinioni, perché mi affascina capire come sia cambiata negli anni, in ambiente cattolico, la percezione del problema palestinese
Guido
utente anonimo

#7   08 Ottobre 2008 - 17:48
 
Non c'è una posizione cattolica ufficiale sul problema dei palestinesi. La "realpolitik" della Chiesa è prima di tutto protesa a preoccuparsi delle comunità cristiane cattoliche o di rito latino presenti in Medioriente.La sua azione è quella di intraprendere iniziative diplomatiche e di rapporti interreligiosi con i suoi Nunzi Apostolici presso le autorità politiche-e anche religiose-del luogo. Nel corso degli anni, speciamente dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, la Chiesa si è maggiormente preoccupata per l'incolumità e la vita delle comunità cristiane palestinesi, instaurando rapporti prima con le autorità israeliane e poi, dopo la sua istituzione, con l'Autorità Palestinese fino addirittura, nella Striscia di Gaza con Hamas. Ma guardando sempre con realismo quello che c'è in gioco e perciò alla possibilità di fare di tutto per la pace nella regione non solo per i cristiani ma per tutti. I fatti poi si sono snodati in maniera complessa tanto che tra la diplomazia, accordi e promesse varie, è successo che i cristiani palestinesi e in genere tanti arabo-cristiani, nel corso della lotta tra Israele e Palestina, sono dovuti emigrare altrove. Come già ho detto in precedenza i cristiani che vivono nella Striscia di Gaza sono stretti nella morsa ricattatrice di Hamas, che impone alle famiglie non islamiche di "cedere" figli maschi magari da addestrare per azioni terroristiche contro gli israeliani, oppure di prendere in "ostaggio" le loro case da dove lanciare missili contro le colonie ebree. Viene da sè che la risposta militare israeliana colpisce solo i quartieri cristiani. Se da una parte Hamas vuole la distruzione dello Stato Ebraico dall'altra non è che si intenerisce per i cristiani. E comunque resto dell'idea che con le autorità israeliane anche se ci sono contrasti e divergenze, alla fine gli accordi, i cattolici e la Chiesa stessa li trovano. Difficile con Hamas che domina tanta parte della Palestina.
Inoltre resto personalmente convinto che solo attraverso l'affermazione e il diritto di Israele di esistere in tutta la sua interezza, la Palestina potrà avere un suo Stato, autonomo e democratico. Qui si gioca su chi vuole la pace o chi fa finta di volerla. Ricordiamo ancora una volta cosa Ehud Barack offriva a Jasser Arafat nel 1992 ad Oslo-mediatore Bill Clinton. presidente Usa-: almeno l'80% delle richieste palestinesi ma alcuni paesi arabi, come già è storicamente avvenuto altre volte, fecero pressione per far saltare tutto perchè non gradiscono poi alla fine un vero Stato Palestinese, confinante con i nemici di sempre israeliani. Ringraziando Dio in Cisgiordania nonostante frizioni che si risolvono quasi sempre politicamente tra Israeliani e Palestinesi, sono attivi rapporti economici e commerciali tra Israele e Palestina.
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categoria:israele, felicità, responsabilità, ratzinger